I farmaci per il desiderio sessuale delle donne 
Negli Stati Uniti sono legali da qualche anno, benché secondo alcuni funzionino poco e strumentalizzino la sessualità femminile


L’edizione francese di Slate ha pubblicato un lungo articolo sui farmaci che dovrebbero curare la mancanza di desiderio sessuale nelle donne, che negli Stati Uniti sono stati autorizzati e messi in commercio da qualche anno, spiegando come la loro approvazione sia avvenuta nonostante studi poco convincenti, basati su criteri discutibili e dai risultati insoddisfacenti.

Più in generale, la diffusione di questi farmaci – chiamati impropriamente “Viagra delle donne”, ci torniamo – è avvenuta all’interno di una tendenza a medicalizzare e a strumentalizzare la sessualità femminile: tendenza portata avanti dalle case farmaceutiche produttrici di quegli stessi farmaci, a prescindere da come funziona il desiderio femminile.

I farmaci per curare il desiderio sessuale ipoattivo
L’articolo su Slate di Teresa Carr inizia con la storia di Leonore Tiefer, sessuologa e ricercatrice femminista statunitense che nel 2000 fondò la New View Campaign, organizzazione nata per lottare contro la «medicalizzazione del sesso» e per opporsi al fatto che le deviazioni rispetto a una presunta norma applicata al desiderio sessuale femminile venissero considerate come questioni mediche che richiedevano una soluzione farmacologica. Nel manifesto della New View Campaign si metteva in discussione il modello medico prevalente sulla sessualità femminile e ci si chiedeva: «Sex for our pleasure or their profit?», dove “nostro” faceva riferimento al piacere delle donne, mentre “loro” si riferiva al profitto delle case farmaceutiche.

New View Campaign aveva, negli anni, organizzato conferenze, pubblicato articoli e testimoniato davanti alla Food and Drug Administration (FDA), l’agenzia federale statunitense che si occupa della sicurezza alimentare e dei farmaci commercializzati negli USA, ottenendo anche alcuni successi: la non approvazione da parte della FDA di un cerotto al testosterone che avrebbe dovuto aumentare il desiderio sessuale delle donne e la non approvazione, per ben due volte, della flibanserina, un altro farmaco per il trattamento del cosiddetto “desiderio sessuale ipoattivo” (hypoactive sexual desire disorder, HSDD). Nel 2015, però, e dopo il parere positivo di un comitato consultivo, la FDA approvò Addyi, farmaco a base di flibanserina e prodotto dalla casa farmaceutica Sprout Pharmaceuticals.

La flibanserina viene spesso descritta dalla stampa come “il Viagra delle donne” o il “Viagra rosa”: in realtà il Viagra, la famosa pillola contro le disfunzioni erettili negli uomini che sostanzialmente favorisce l’afflusso di sangue all’interno dei cosiddetti corpi cavernosi del pene, non c’entra. Nel 2004 Pfizer, l’azienda farmaceutica che produce il Viagra, cercò di venderlo anche alle donne: fu un insuccesso, però, dato che il farmaco aumentava il flusso sanguigno nelle zone pelviche femminili senza alcun risultato sul desiderio sessuale. Il meccanismo della flibanserina è invece diverso: non ha nulla a che fare con l’irrorazione sanguigna. È una pillola rosa che deve essere assunta ogni sera, contrariamente al Viagra che va preso solo prima dell’atto sessuale. La flibanserina agisce poi a livello cerebrale, regolando in particolare il livello di due neurotrasmettitori: la dopamina, legata ai meccanismi di piacere e appagamento, e la noradrenalina, rilasciata come reazione a un forte stimolo esterno.

Nel 2019, la FDA approvò anche un secondo farmaco per il trattamento del disturbo da desiderio sessuale ipoattivo: il bremelanotide, commercializzato negli Stati Uniti con il nome di Vyleesi. Le indicazioni sono le stesse della flibanserina ma è diversa la modalità di assunzione: avviene attraverso un’iniezione, da fare 45 minuti prima del rapporto sessuale.

Come ha spiegato Teresa Carr a Slate, i suoi risultati – così come quelli sulla flibanserina – erano tutt’altro che ottimali: «Le donne a cui era stato somministrato il farmaco non avevano riferito eventi sessuali più soddisfacenti rispetto alle donne che avevano ricevuto un’iniezione placebo». Questi scarsi risultati, per quattro donne su dieci, erano accompagnati anche da alcuni effetti collaterali, come la nausea.

Un unico modello
Sul numero di donne che soffrirebbero di “desiderio sessuale ipoattivo”, gli studiosi e le studiose sono molto divise, dice Slate. Se si dovesse dar credito alla pubblicità di Vyleesi, per le donne americane si tratterebbe di una vera e propria epidemia: dal sito risulta che si tratta infatti di 6 milioni di donne in premenopausa, cioè una su dieci.

Per Tiefer, invece, la letteratura scientifica non supporta l’idea di un deficit sessuale che colpirebbe milioni di donne: non esiste, infatti, «uno standard per definire cosa sia un normale desiderio sessuale», dato che il desiderio varia notevolmente e dipende da molti fattori, come la situazione personale in cui ci si trova, le esperienze passate o l’educazione e la cultura in cui si è cresciute.

Sulla sessualità femminile e sul conseguente modello medico che si è costruito intorno alla sessualità femminile, esistono diversi stereotipi, raccontati e smontati ad esempio ne Il libro della vagina delle norvegesi Nina Brochmann ed Ellen Støkken Dahl, tradotto e pubblicato in decine di paesi.

Per quanto riguarda il desiderio femminile, le autrici spiegano che dagli anni Sessanta è stato molto utilizzato una specie di modello «a domino» dei quattro stadi della risposta sessuale: Desiderio – Eccitazione – Orgasmo – Risoluzione. «Si definisce il desiderio come la voglia di attività sessuale, inclusi i pensieri e le fantasie. Il desiderio è dunque un processo puramente mentale: ho voglia di sesso, ORA!», ed è quello che si potrebbe definire come “desiderio spontaneo”, quello che secondo alcune ricerche è dominante negli uomini e che per questo è stato considerato un modello “neutro”, valido per tutti e anche per tutte.

Solo di recente studiosi e studiose hanno cominciato a mettere in questione questo modello. Per molte donne, infatti, il desiderio risulta essere non spontaneo, ma reattivo: scaturisce cioè «come risposta a una carezza intima o a un contesto erotico». In questo modello, l’eccitazione sessuale «viene prima del desiderio» e queste donne «sono quindi più dipendenti dai preliminari e dall’intimità perché scatti il loro interruttore. Le donne con desiderio reattivo hanno un interesse ridotto per il sesso e prendono poco l’iniziativa a letto, ma non per questo smettono di vivere una sessualità appagante una volta entrate nell’atmosfera giusta. Si tratta solo di saperne ascoltare il desiderio con maggiore attenzione».

Il modello del sesso reattivo, dicono le autrici, rappresenta «una rottura netta con la rappresentazione ideale del sesso nella cultura popolare», una rottura che rappresenta a sua volta una liberazione per un buon numero di donne e ragazze che per gran parte della loro vita si sono sentite “fuori norma” o “anormali”. Diversi elementi, spiegano le autrici, inducono a pensare «che il desiderio reattivo sia una normalissima variante della sessualità femminile e non un errore né una malattia», variante che può essere valida anche per alcuni uomini.

Leonore Tiefer, nell’articolo di Slate, sostiene che nella sua quarantennale carriera come terapeuta sessuale non ha mai avuto una paziente che si lamentasse di un calo del desiderio che non fosse associato a problemi fisici, emotivi o relazionali: «Se vuoi migliorare la tua vita sessuale, leggi libri, fai domande e parla con persone competenti». Non pensare, insomma, che una pillola o un’iniezione risolvano il problema.

Farmaci per aumentare il desiderio sessuale delle donne e case farmaceutiche che li producono
Nel 2014, spiega Slate, la FDA organizzò un seminario di due giorni per raccogliere le opinioni di scienziati e pazienti sulle disfunzioni sessuali femminili. All’evento erano presenti moltissimi relatori e partecipanti che facevano parte di Even the Score, che significa “pareggiamo il punteggio”, più o meno. Even the Score raggruppava a sua volta molte organizzazioni femminili e il nome era stato scelto per il fatto che gli uomini avevano ufficialmente a disposizione diversi farmaci per curare le loro disfunzioni sessuali, mentre le donne non ne avevano nessuno. Even the Score aveva portato avanti una campagna molto agguerrita per l’approvazione da parte della FDA della flibanserina. Campagna che era stata a sua volta sostenuta e finanziata proprio da Sprout Pharmaceuticals, l’azienda che produce la flibanserina.

Questi legami avevano causato una serie di polemiche: da una parte, la FDA era stata accusata di sessismo, dato che opzioni per migliorare la vita sessuale degli uomini – come il Viagra – erano state approvate da tempo; dall’altra era stata accusata di aver ceduto alle pressioni delle aziende farmaceutiche che avevano fatto leva sull’argomento dell’uguaglianza di genere per obbligarla moralmente ad approvare Addyi, anche se secondo gli studiosi non era un farmaco così efficace.

Polemiche a parte, i dati sull’efficacia della flibanserina non erano infatti molto convincenti. Secondo la stessa FDA, solo il 10 per cento delle donne in premenopausa che l’avevano assunta riportava un miglioramento significativo. L’incremento del desiderio sessuale risultava minimo e la differenza con chi aveva preso il placebo era molto piccola: 0,3 punti su un massimo di 4,8. Simili risultati erano poi accompagnati da effetti collaterali come pressione bassa, svenimenti, nausea e capogiri, che si intensificavano in presenza di consumo di alcol, di una lunga lista di farmaci e di pillole anticoncezionali. Lo scorso marzo, la FDA ha preso atto di un aumento nelle segnalazioni di reazioni avverse, annunciando possibili revisioni.

In un articolo pubblicato nel 2016 sul New England Journal of Medicine (NEJM), tra le riviste mediche più importanti al mondo, alcuni scienziati della FDA hanno ammesso che anche tra coloro che hanno votato a favore dell’approvazione della flibanserina erano «stati riconosciuti gli effetti deboli del trattamento e i suoi sostanziali problemi di sicurezza».

Valutare il desiderio sessuale di una donna è di per sé cosa non facile. E dal 2014, spiega sempre Slate, la FDA ha anche modificato i criteri per giudicare l’efficacia dei farmaci per la mancanza di desiderio nelle donne, rendendoli più generici e soggettivi: questo cambiamento si è dimostrato fondamentale per la successiva approvazione del bremelanotide. Lo scorso marzo, la rivista scientifica The Journal of Sex Research ha pubblicato una nuova ricerca in cui l’autore, Glen Spielmans, professore di psicologia alla Metropolitan State University del Minnesota, mette in discussione proprio la metodologia dei due studi chiave che hanno portato all’approvazione del bremelanotide.

Per Adriane Fugh-Berman, medica e professoressa di farmacologia e fisiologia alla Georgetown University di Washington intervistata da Slate, «il modo in cui tentiamo di misurare la disfunzione sessuale è fortemente influenzato dall’industria farmaceutica». Facendo riferimento all’approvazione dei farmaci per il desiderio sessuale femminile, la FDA fa ad esempio spesso riferimento a «un’esigenza medica non soddisfatta»: ma la fonte di una statistica molto citata secondo cui quasi la metà delle donne statunitensi soffre di una qualche forma di disfunzione sessuale è del 1999. E due dei tre esperti che l’hanno condotta erano legati a società farmaceutiche.

In generale, i farmaci approvati negli Stati Uniti non stanno funzionando molto. «Non c’è stata un’ondata di donne che hanno chiesto questo farmaco», dice Fugh-Berman. Una ginecologa intervistata da Slate ha dichiarato di prescrivere abitualmente la flibanserina alle sue pazienti, la maggior parte delle quali, però, non rinnova poi la prescrizione. Per quanto riguarda il bremelanotide, quando le donne scoprono che è una puntura che spesso provoca nausea, non ne vogliono più sentir parlare: «È stato un flop», scrive Slate.

Nel 2016, dopo l’approvazione di Addyi, Tiefer aveva concluso l’esperienza del New View Campaign, ma da qualche tempo ha ripreso il proprio attivismo contro la strumentalizzazione della sessualità femminile da parte delle aziende farmaceutiche, pubblicando articoli e dando delle interviste. «L’obiettivo è sensibilizzare l’opinione pubblica sul fatto che questi farmaci sono promossi da soggetti interessati e orientati al profitto». La consumatrice o la paziente, conclude la ricercatrice, «deve essere informata, e non ingannata».

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