Viagra: un nuovo farmaco sostituisce la pillolina blu 
Ma che ci fanno le donne agli uomini italiani, per renderli così insicuri? Secondo un’indagine di Doxa Pharma sulla “mentina dell’amore” (nuovo farmaco a base di vardenafil contro l’impotenza), è loro il record del consumo. Dopo i nostri connazionali, compaiono gli spagnoli e i tedeschi. Ecco che cos’è, dove trovarla e come funziona.

’indagine suggerisce che il 30% degli uomini italiani vive con ansia le prestazioni sessuali e il 25% si sente insicuro di fronte a donne molto esigenti. In effetti, un’italiana su cinque è poco soddisfatta della sua vita sessuale, e poco più della metà ha rapporti almeno una volta la settimana.

“Oggi il maschio vive il rapporto in un clima di maggior soggezione sessuale nei confronti della donna”, ha spiegato Furio Pirozzi Farina, Presidente della Società Italiana di Andrologia (SIA http://www.andrologiaitaliana.it/). “Una situazione che lo porta a essere meno soddisfatto della sua vita sessuale.
Cresce quindi in parallelo il bisogno di ritrovare sicurezza e fiducia in se stesso e deve poter contare, in caso di necessità, su validi strumenti per affrontare e risolvere i problemi della sessualità”.

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Il vaccino è meglio del Viagra Pfizer brinda: incasso da 15 miliardi 
Il colosso Usa chiuderà il 2021 con oltre 60 miliardi di ricavi. "Il siero è uno dei più grandi successi della storia"

Quindici miliardi di dollari di ricavi attesi per il 2021: e siamo solo alle previsioni di inizio anno. Il vaccino anti Coronavirus mette il turbo ai conti del colosso americano del farmaco Pfizer, ma anche alla start up tedesca BioNTech della coppia di origini turche Ugur Sahin e Özlem Türeci, i due scienziati che già un anno fa hanno avviato le ricerche sull’anti Covid, non appena cominciò a diffondersi dalla Cina la notizia del nuovo virus. Si conferma e, anzi, si moltiplica la capacità di ricerca e di innovazione, ma anche di competitività commerciale del gruppo Usa, che nel corso dei decenni passati ha messo a segno più di un colpo sul mercato di Big Pharma. Fanno riferimento a Pfizer farmaci di larghissimo consumo, diventati quasi iconici nel loro genere, come lo Xanax e il Tavor. Ma, in tempi relativamente più recenti, è stato clamoroso (anche sul piano del costume) il successo del Viagra.

Sebbene si siano moltiplicati i prodotti analoghi e siano anche scaduti i brevetti e i diritti in molti Paesi, la pillola blu ha portato nelle casse della casa statunitense 26,5 miliardi di dollari in quindici anni, dal 2003 al 2017. Il vaccino anti Covid, però, è destinato a battere tutti i record commerciali e economici sia come volumi, sia come tempi e fatturati attesi. E così se per il quarto trimestre 2020 Pfizer ha riportato utili di 42 centesimi ad azione, al di sotto dei 50 centesimi attesi dal consensus, con un fatturato pari a 11,7 miliardi, un po’ sopra le attese fissate a quota 11,5 miliardi, con tanto di titolo in calo a Wall Street), la vera notizia-bomba è arrivata ieri. Il gruppo farmaceutico ha fatto sapere al mercato di attendersi che le vendite del vaccino anti-pandemia produrranno entrate per 15 miliardi di dollari nel corso del 2021 mentre le attese del consensus degli analisti erano ferme a 12,7. Stiamo parlando di un quarto di tutti i ricavi annuali del gruppo farmaceutico. L’effetto dei nuovi numeri previsionali è stato quello di far alzare le stime sugli utili per il 2021 nella forbice compresa tra 3,10 e 3,20 dollari ad azione contro la precedente forbice di 3-3,10. Mentre gli analisti di Wall Street si attendevano utili di 3,07 dollari nel 2021. Il margine netto di guadagno è stimato al 25-30% sul vaccino: circa 4 miliardi di dollari. Dietro gli incassi e gli utili attesi, le vendite. L’azienda americana punta a consegnare due miliardi di dosi di vaccino nel 2021. I più rilevanti contratti firmati finora prevedono un prezzo medio di 19 dollari per dose. Il vaccino Moderna costa circa 25 dollari a dose e quello di AstraZeneca 3-4 dollari mentre quello di Johnson&Johnson (non ancora autorizzato) costerà 10 dollari ma ne servirà una sola dose.

Il vaccino Pfizer, però, è prodotto insieme con la tedesca BioNTech e, dunque, i relativi utili andranno divisi a metà tra i due gruppi. E proprio dallo stato maggiore della casa di Magonza è arrivata la notizia dell’impegno a aumentare la sua capacità di produzione di oltre il 50% nel 2021, rispetto a quanto finora pianificato, raggiungendo 2 miliardi di dosi. Finora l’impresa aveva in programma 1,3 miliardi di dosi. Ma, hanno fatto sapere 48 ore fa, "siamo sulla buona strada per ampliare le capacità di produzione".

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Spike Lee torna con un musical: protagonista il Viagra 
Spike Lee dirigerà un musical sul Viagra. È il nuovo progetto del regista newyorkese dopo Da 5 Bloods e American Utopia ed è basato su un articolo del 2018 pubblicato da Esquire e dal titolo All Rise: The Untold Story of The Guys Who Launched Viagra (Tutti si alzino, la storia non detta dei due tizi che hanno lanciato il Viagra) che documenta la scoperta e la commercializzazione del farmaco contro l’impotenza.

Lee è anche autore del copione assieme e a Kwame Kwei-Armah. L’opera è ispirata agli eventi realmente accaduti intorno alla scoperta di un farmaco che inizialmente era stato pensato come rimedio per l’angina pectoris. Poi i ricercatori si resero conto che invece faceva bene dalla cintola in giù. Il farmaco fu sviluppato in un laboratorio nel Regno Unito e poi brevettato dalla Pfizer nel 1996. Nel 1998 la casa farmaceutica ne iniziò la vendita negli Usa con il nome di Viagra, guadagnando quasi 2 miliardi di dollari. Spike Lee non ha ancora scelto un titolo per il suo musical.

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La rivista Il Mulino celebra il Viagra, la pillola che avrebbe dato il via alla farmacopornografia 

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È singolare che una rivista blasonata ed essenzialmente dedicata ai temi politici, Il Mulino, decida di celebrare una data inusuale: il 14 settembre 1998. Cos'è successo in quel giorno? È stato messo in commercio il Viagra. Raffaella Ferrero Camoletto, docente di Sociologia al Dipartimento di cultura politica dell'università di Torino, rende omaggio a questa data storica da un'angolazione ovviamente culturale. Questo il suo ragionamento: «Il Viagra e i suoi analoghi vanno considerati come oggetti culturali, individuando nei modi in cui questi farmaci sono pubblicizzati, prescritti, diffusi e consumati il diffondersi di processi di medicalizzazione e di farmacologizzazione che interessano la costruzione delle nostre soggettività e della nostra vita quotidiana, in quella che lo scrittore spagnolo Paul.B. Preciado ha definito come era farmacopornografica. Attraverso l'espansione di un immaginario farmaceutico, la soluzione medica anche ai problemi inerenti genere e sessualità assume la forma della «pillola magica» da cui ci si aspetta semplicità e rapidità dei risultati. Discorsi e pratiche intorno al Viagra e farmaci analoghi promuovono quindi due esiti apparentemente in contraddizione tra loro: da un lato, sostengono l'ideale di una sessualità maschile primordiale e naturale sempre pronta, dall'altro inducono a modificare e superare i limiti della «natura», cancellando incertezza e instabilità della performance sessuale in un'ottica di ottimizzazione e potenziamento della capacità penetrativa. In quest'ottica medicalizzata e farmaco-mediata, anche i mutamenti della sessualità legati all'invecchiamento tendono ad essere ridefiniti come processi patologici, che la medicina consente ora di correggere e contrastare».
Ma allora il Viagra è un bene o un male? La conclusione della sociologa è: «La collocazione dell'avvento del Viagra come data di un calendario civile ci serve a coglierne la natura di opportunità (in parte) persa: la commercializzazione di questo farmaco ha aperto uno spazio discorsivo per poter parlare pubblicamente della sessualità maschile, spesso ridotta alla battuta da bar, e ha così permesso, almeno potenzialmente, di pensare alla sessualità in maniera diversa, meno meccanica e più aperta al cambiamento».

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Il Viagra riduce il rischio di mortalità per il cancro al colon 
I farmaci inibitori della PDE5, come il Viagra, potrebbero migliorare la prognosi nei pazienti con cancro del colon-retto. Almeno questo è quanto emerso da uno studio dell'Università di Lund e della Regione Skane in Svezia, pubblicato sulla rivista Nature Communications. "Le prove precliniche disponibili suggeriscono che gli inibitori della PDE5 potrebbero rallentare la crescita e la progressione del tumore nei topi, ma non è ancora noto se gli inibitori della PDE5 possano ostacolare la proliferazione del cancro negli esseri umani", specifica Wuqing Huang, autore dello studio dell'Università di Lund. Per riuscire a capire i potenziali effetti anti-cancro i ricercatori hanno utilizzato dati medici del mondo reale in Svezia. In pratica i ricercatori hanno selezionato tutti i pazienti maschi svedesi con cancro del colon-retto che avevano utilizzato inibitori della PDE5 dopo la diagnosi di cancro (1.136 pazienti).


Durante il periodo di follow-up, tra coloro che avevano utilizzato inibitori della PDE5 dopo la diagnosi circa il 10,2 per cento dei pazienti era morto di cancro del colon-retto, mentre tra i pazienti che non assumevano questi farmaci è deceduto il 17,5 per cento (11.329). Dopo aver preso in considerazione una serie di fattori clinici confondenti, il rischio relativo di morte causata dal cancro del colon-retto era inferiore del 18 per cento tra i pazienti che usavano i farmaci. Anche il rischio di metastasi, in particolare metastasi a distanza che e' la principale causa di morte per cancro, era inferiore tra i pazienti che utilizzavano inibitori della PDE5. "Inoltre, l'effetto protettivo è stato ancora più forte negli uomini che hanno usato questi farmaci dopo aver subito un intervento chirurgico a cielo aperto", dice Huang. Uno dei meccanismi che si pensa sia critico e che porta a esiti negativi tra i pazienti con cancro post-operatorio, è la soppressione immunitaria indotta dalla chirurgia.

"I risultati del nostro studio suggeriscono che la capacità anti-cancro degli inibitori della PDE5 potrebbe essere correlata alla regolazione degli effetti immunosoppressivi", dice Huang. "Tuttavia, sono necessari studi clinici randomizzati per confermare i nostri risultati prima che gli inibitori della PDE5 possano essere utilizzati come farmaco adiuvante per gli uomini con cancro colorettale, così come esperimenti che esplorano i meccanismi biologici sottostanti", dice Huang. "I risultati osservati dovrebbero essere interpretati con cautela in quanto si tratta di uno studio osservazionale e i meccanismi biologici devono essere ulteriormente esplorati", commenta Jianguang Ji, un ricercatore dell'Università di Lund coinvolto nello studio.



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